Dalla caduta del fascismo alla battaglia per la sopravvivenza del territorio, il racconto di come Littoria divenne Latina.
La fine della Seconda Guerra Mondiale segnò per l’Italia un’epoca di profondo cambiamento, non solo politico ma anche identitario. In questo contesto di rinascita, un piccolo ma significativo capitolo si svolse nella provincia pontina, dove il nome di Littoria, simbolo del regime fascista, divenne un fardello da cui liberarsi. Il percorso verso la nuova denominazione, Latina, fu un’impresa tutt’altro che semplice, caratterizzata da divisioni politiche e un’accorata difesa del territorio.

Il ripudio del passato
Già alla fine dell’estate del 1944, con la caduta del fascismo, il Ministero dell’Interno suggerì di cambiare il nome del capoluogo e della provincia. Il nome di Littoria, fortemente legato al “duce” e al regime che l’aveva creata, era ormai considerato ingombrante e superato. La proposta iniziale fu quella di chiamare la città “Latinia”, un nome che, secondo il commissario Zeppieri, “risponde alla posizione geografica della città ed ai precedenti storici”. La delibera fu approvata con immediatezza, segno di una volontà diffusa di rompere con il passato.
Tuttavia, il cambio di nome non fu l’unico problema. La neonata provincia di Littoria, considerata una creazione del fascismo, rischiava di essere soppressa. Le voci di una sua possibile eliminazione si fecero sempre più insistenti, alimentate soprattutto dalla rivendicazione di Caserta, che ambiva a riacquisire il sud pontino. Anche altri centri, come Terracina e Velletri, avanzavano pretese sul territorio, rendendo la situazione estremamente complessa.
L’appello per la sopravvivenza
Di fronte a questa minaccia, il commissario Zeppieri, il sindaco Rosati e i rappresentanti dei principali partiti politici si unirono in un’appassionata richiesta al presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi. Nell’appello, non nascondevano il loro sconforto, sottolineando come la possibile soppressione della provincia e il declassamento del capoluogo in semplice comune stessero scoraggiando la ricostruzione in una zona già martoriata dalla guerra e dalla malaria. La bonifica pontina era stata quasi distrutta e la città rischiava di essere abbandonata dai suoi abitanti, per lo più impiegati e professionisti.

L’appello si concludeva con un’invocazione accorata a Bonomi, chiedendogli di “continuare la lotta difficile ed aspra contro la malaria, contro la distruzione” e di “ricostruire e non di distruggere”. La città, si leggeva, meritava di restare capoluogo di una provincia creata non dal fascismo, ma “dal lavoro di quegli umili e strenui lavoratori”.
Il fronte del rifiuto e il trionfo di Latina
Mentre il dibattito sulla provincia continuava a infuriare, la questione del nome fu riproposta alla Deputazione provinciale. La denominazione di “Latinia”, pur se approvata inizialmente, venne criticata perché la sua desinenza finale richiamava “un periodo di infausta memoria”. Dopo un’attenta rievocazione storica, la scelta ricadde su Latina, nome che “risponde alla posizione geografica” e che si richiamava al popolo latino, giustificando pienamente la decisione.
Tuttavia, il fronte politico restava diviso sulla sopravvivenza della provincia. Alcuni partiti ne chiedevano insistentemente la soppressione, accusandola di avere un marchio d’origine fascista. Il dibattito raggiunse il suo apice in una riunione del Comitato provinciale di liberazione, in cui i rappresentanti dei Comuni si trovarono spaccati: nove votarono per la soppressione, cinque per il mantenimento e sette si astennero.
Nonostante le tensioni e i dissidi politici, che portarono persino alle dimissioni del presidente Zeppieri, la battaglia per il mantenimento della provincia continuò. Alla fine, il 7 giugno 1945, il decreto luogotenenziale n. 270 sancì il cambio di denominazione da Littoria a Latina. Sebbene il futuro della provincia rimanesse incerto per via del nuovo ordinamento costituzionale che sembrava non prevedere più l’ente provinciale, il nome della città era stato finalmente riscattato, segnando la fine di un’era e l’inizio di una nuova.
Questo racconto, tratto dal libro “Littoria Storia di una Provincia” di Annibale Folchi, ci offre uno spaccato delle difficoltà e delle speranze di un territorio che, dopo gli orrori della guerra e l’eredità ingombrante del regime, cercava di trovare una nuova identità e un futuro più libero e democratico.












