A 90 anni dalla visita di sei giornalisti siriani e libanesi in Italia, un’analisi di come il regime di Mussolini cercò di conquistare i media arabi in vista della guerra in Etiopia.
Nel mese di agosto del 1935, sei giornalisti siriani e libanesi furono invitati in Italia dal governo fascista. Lo scopo era chiaro: mostrare loro i successi del regime e, si sperava, trasformare i critici in sostenitori. Alcuni dei giornalisti provenivano da testate già allineate con le posizioni italiane, mentre altri lavoravano per giornali apertamente ostili al regime. La loro visita, oggi, a 90 anni di distanza, ci offre uno spaccato affascinante e controverso di una strategia di propaganda politica e di come i media, anche allora, fossero uno strumento cruciale per influenzare l’opinione pubblica.
I giornalisti, tra cui nomi come Muhyi al-Din al-Sharif e Fawzi Tello, furono accompagnati nelle città di nuova fondazione, come Littoria (oggi Latina) e Sabaudia. L’obiettivo era impressionarli con le realizzazioni del fascismo, mostrandole come simboli di efficienza, progresso e modernità. L’ospitalità e le attenzioni non si fermavano qui. Il Ministero per la Stampa e la Propaganda forniva ai giornalisti pubblicazioni e dati per supportare la visione del regime, tentando di creare un’immagine positiva dell’Italia nel Medio Oriente.
Ciò che emerge da questo episodio è la situazione di precarietà della stampa araba dell’epoca. Di fronte all’opportunità di ottenere fondi per la propaganda, alcuni giornalisti offrirono la loro collaborazione. Un esempio lampante è quello di Yusuf al-Khazin, direttore del giornale di Beirut al-Bilad. Al-Khazin si offrì di pubblicare una serie di articoli che illustravano i “legami economici e spirituali” tra Italia e Siria, trasformando il suo giornale, precedentemente critico nei confronti dell’Italia, in un fedele alleato. Al-Bilad divenne un veicolo di propaganda che, più che con gli articoli, operava con la pubblicazione di fotografie di buona qualità che mostravano l’opera di “civilizzazione” del fascismo.
A 90 anni di distanza, questo episodio ci ricorda come la diplomazia culturale e la propaganda non siano fenomeni recenti. Il fascismo cercò attivamente di espandere la sua influenza in regioni strategiche, utilizzando i media e le élite locali come strumenti per diffondere il proprio messaggio. Il pugnale donato al prefetto di Littoria dalla Delegazione del Patriarca Maronita in visita, menzionato nel testo, simboleggia i legami che il regime riusciva a stabilire con influenti famiglie libanesi, dimostrando il successo di queste strategie.
La visita dei giornalisti siriani e libanesi nel 1935 non fu solo un tour turistico, ma un sofisticato tentativo di ingegneria del consenso. L’uso di viaggi, pubblicazioni, e la corruzione finanziaria della stampa, mostrano la volontà del regime di Mussolini di proiettare il proprio potere ben oltre i confini nazionali. Questo evento è una finestra su un’epoca in cui le nazioni cercavano di plasmare l’opinione pubblica globale, una lezione che rimane attuale anche oggi.
In tale occasione venne regalato questo pugnale dalla Delegazione del Patriarca Maronita in visita al prefetto di Littoria












